Basta davvero così poco per diventare un esperto di Roma o Lazio? Un microfono in mano, il logo della propria squadra piazzato alle spalle, una telecamera accesa e via con sentenze, analisi, pagelle e verità assolute. Benvenuti nell’epoca in cui, almeno sui social, sembrano essere diventati tutti giornalisti, opinionisti, tecnici, direttori sportivi e depositari della verità calcistica.

Il fenomeno TikTok e dei creator legati al calcio non è certo una novità. Le società stesse hanno investito enormemente sui social: la Roma, per esempio, considera TikTok e le altre piattaforme parte integrante della propria comunicazione, mentre la Lazio è sbarcata ufficialmente su TikTok nel 2022.
Il problema, però, non è avere un profilo social. Non è parlare di calcio davanti a una telecamera. E non è nemmeno cercare di costruirsi una community. Il problema arriva quando il numero di visualizzazioni viene scambiato per competenza e la presenza davanti a un microfono diventa automaticamente un lasciapassare per sentirsi un fenomeno.
Il microfono non fa il giornalista
Una volta servivano anni di gavetta, conoscenza delle fonti, capacità di scrivere, studio, esperienza e soprattutto la capacità di distinguere un’opinione da un fatto.
Oggi, invece, sembra sufficiente accendere una luce, piazzarsi davanti alla telecamera e partire con il tormentone di giornata.
“Io ve l’avevo detto”.
“Questa è la mia formazione”.
“Il giocatore non è da Roma”.
“La società deve intervenire”.
E naturalmente, se il video raccoglie qualche migliaio di visualizzazioni, ecco servita la consacrazione: esperto certificato.
Peccato che un algoritmo non sappia distinguere necessariamente tra competenza e capacità di attirare attenzione. Il social premia ciò che genera interazione. Il calcio, invece, dovrebbe premiare ciò che è argomentato, documentato e soprattutto sensato.
Il paradosso dei “fenomeni” senza pubblico
E qui arriva la parte forse più divertente.
Ci sono personaggi che parlano come se avessero alle spalle una redazione di trenta persone, una carriera ventennale e un filo diretto con Trigoria o Formello. Poi vai a guardare i numeri e scopri che la community, diciamo così, non è esattamente quella di Cristiano Ronaldo.
Ma non importa.
Perché nel nuovo calcio social non conta più soltanto quello che dici. Conta soprattutto quanto sei convinto di dirlo.
Puoi avere poche persone che ti seguono e comportarti comunque come se fossi l’ultimo grande opinionista rimasto sulla faccia della Terra. Puoi sbagliare una previsione dopo l’altra e il giorno dopo ripartire tranquillamente con un nuovo video, possibilmente dimenticando quello precedente.
La memoria del web, del resto, è corta. L’algoritmo ancora di più.
Roma e Lazio non hanno bisogno di un esercito di “maestri”

Attenzione: non stiamo dicendo che tutti i creator siano improvvisati o che chi lavora sui social non abbia diritto di parlare di calcio. Sarebbe una sciocchezza.
Ci sono ragazzi e professionisti capaci di costruire contenuti interessanti, originali e competenti. Alcuni hanno creato vere community intorno alla loro passione. È una trasformazione inevitabile del modo di raccontare il calcio.
Ma proprio perché il fenomeno è cresciuto così tanto, sarebbe ora di smettere di confondere visibilità con autorevolezza.
Il tifoso può essere tifoso. Il creator può essere creator. L’opinionista può essere opinionista. Il giornalista può fare il giornalista.
Non è necessario che tutti facciano tutto.
Il derby degli influencer
E così Roma e Lazio si ritrovano anche a vivere un altro derby: quello dei microfoni.
Da una parte il giallorosso che deve spiegare perché la squadra è destinata a vincere tutto. Dall’altra il biancoceleste che deve dimostrare che nessuno capisce la Lazio quanto lui. In mezzo, una quantità industriale di video, reel, TikTok, dirette e sentenze pronunciate con la sicurezza di chi sembra avere appena ricevuto una telefonata direttamente dal direttore sportivo.
È diventato quasi un rito.
Logo dietro. Microfono davanti. Telecamera accesa. Espressione seria. E via con la verità definitiva.
Solo che il calcio non è una gara a chi urla più forte e nemmeno a chi riesce a trasformare ogni pensiero in una clip da trenta secondi.
Prima o poi il giocattolo dovrà fermarsi
Il problema non è TikTok. Il problema non sono i social. Il problema è la deriva.
Perché se ogni persona con una telecamera diventa automaticamente un esperto, alla fine l’esperto non è più nessuno.
Serve un ritorno alla normalità. A quella fastidiosa cosa chiamata competenza. Alla capacità di dire “non lo so”. Alla possibilità di cambiare idea senza vergognarsene. Alla differenza tra una sensazione e un’informazione. Tra una battuta e un’analisi. Tra un’opinione urlata e un’opinione sostenuta da argomenti.
Perché avere il logo della Roma o della Lazio alle spalle non significa avere la verità in tasca.
E soprattutto, un microfono non fa miracoli.
Può amplificare una voce. Non può darle automaticamente autorevolezza.
Quindi sì: ben vengano i creator, i nuovi linguaggi e le nuove forme di comunicazione. Ma forse sarebbe arrivato il momento di togliere un po’ di volume e alzare, finalmente, il livello.
Perché di fenomeni autoproclamati, tra Roma e Lazio, ce ne sono già abbastanza.





