Tre indizi fanno una prova: Sarri è arrivato al capolinea?

Ci sono allenatori che sembrano finiti prima ancora che finisca la stagione. E poi ci sono situazioni in cui il campo, partita dopo partita, comincia a costruire una sentenza. Per Maurizio Sarri il campanello d’allarme suona ormai da tempo.

Maurizio Sarri in primo piano
Tre indizi fanno una prova: Sarri è arrivato al capolinea? (Ansa Foto) – Camelio

Tre indizi, in particolare, raccontano una storia difficile da ignorare: la Lazio dello scorso anno, l’impatto di Gennaro Gattuso e, infine, il nuovo Sarri all’Atalanta. Tre fotografie diverse dello stesso momento: quello di un allenatore che sembra aver perso parte della sua capacità di incidere sulle squadre che allena.

Primo indizio: la Lazio dello scorso anno era diventata un problema

Partiamo da un dato evidente agli occhi di chi seguiva la Lazio: la squadra dello scorso anno aveva progressivamente smesso di sembrare una squadra allenata da Sarri.

Era lenta, prevedibile, spesso incapace di verticalizzare. La costruzione diventava un esercizio sterile, il possesso palla non produceva necessariamente occasioni e, soprattutto, sembrava esserci una dipendenza eccessiva da alcuni uomini.

Un esempio emblematico è quello di Belahyane. In determinate situazioni il centrocampista sembrava non rientrare nelle gerarchie dell’allenatore nemmeno quando le alternative a centrocampo erano ridotte al minimo. Una scelta che ha alimentato una domanda inevitabile: se un giocatore non può essere utilizzato neppure quando mancano gli altri, quanto è diventato rigido il sistema?

La stessa sensazione si aveva in difesa. Romagnoli sembrava quasi indispensabile, al punto che in sua assenza la Lazio faticava tremendamente a mantenere determinati meccanismi.

Il problema, però, non era soltanto nei singoli. Era il funzionamento complessivo della squadra. Poche accelerazioni, poca verticalità, poca capacità di sorprendere l’avversario. Un calcio che, per lunghi tratti, sembrava più una gabbia che un’identità.

Secondo indizio: arriva Gattuso e qualcosa cambia immediatamente

Gennaro Gattuso dà indicazioni dalla panchina
Secondo indizio: arriva Gattuso e qualcosa cambia immediatamente (Ansa Foto) – Camelio

Poi arriva Gennaro Gattuso.

E improvvisamente la Lazio comincia a dare segnali completamente diversi. Nove punti nelle prime tre partite rappresentano già un biglietto da visita importante. Ma il dato che dovrebbe far riflettere non è soltanto la classifica.

La squadra tira in porta. Verticalizza. Prova a giocare. E lo fa anche in trasferta, lontano dal sostegno del pubblico biancoceleste. È un dettaglio tutt’altro che secondario: se il problema fosse stato soltanto ambientale, emotivo o legato alla pressione dell’Olimpico, certe difficoltà avrebbero dovuto ripresentarsi lontano da Roma.

Invece qualcosa sembra essersi sbloccato.

Naturalmente tre partite non bastano per emettere una sentenza definitiva. Sarebbe assurdo sostenere il contrario. Ma bastano per porre una domanda: com’è possibile che una squadra accusata per mesi di non avere alternative, di non avere ritmo e di non riuscire a verticalizzare mostri immediatamente un calcio più diretto e aggressivo con un altro allenatore?

È qui che il confronto con Sarri diventa inevitabile.

Terzo indizio: Sarri a Bergamo non convince

Ed eccoci all’altra parte della storia.

Sarri riparte dall’Atalanta. Dopo le prime giornate la squadra ha raccolto quattro punti, un bottino che, per andamento e prestazioni, avrebbe potuto essere persino inferiore.

Il problema non è soltanto il numero dei punti. È che la squadra non sembra ancora avere una fisionomia convincente. Il gioco non decolla, le prestazioni non entusiasmano e anche il rapporto con l’ambiente comincia a mostrare le prime crepe.

I tifosi non sono contenti. E quando un allenatore come Sarri arriva in una piazza con aspettative importanti, il credito derivante dal passato non può essere infinito.

Perché il calcio di Sarri, per definizione, dovrebbe essere riconoscibile. Possesso, automatismi, uscita pulita, occupazione degli spazi, qualità nelle combinazioni e verticalizzazione al momento giusto.

Se tutto questo non si vede, resta una domanda scomoda: quanto di quel calcio appartiene ancora a Sarri e quanto invece apparteneva alle squadre e ai giocatori che aveva a disposizione nel momento migliore della sua carriera?

Il problema delle motivazioni

Ed è qui che bisogna affrontare un altro tema, forse ancora più delicato: le motivazioni.

Quando Sarri arrivò alla Lazio, la sensazione di molti fu che non ci fosse più quella fame feroce che aveva caratterizzato alcune tappe della sua carriera. Non sembrava il Sarri affamato disposto a combattere contro tutto e tutti per imporre il proprio calcio.

Sembrava, in alcuni momenti, un allenatore arrivato a un punto della carriera nel quale il peso delle proprie convinzioni aveva cominciato a superare la capacità di adattarsi alle situazioni.

E questo è un problema enorme. Perché nel calcio puoi avere idee fortissime. Ma se quelle idee diventano immutabili, rischiano di trasformarsi da punto di forza in limite.

Dal grande calcio alle panchine che non fanno più rumore

Maurizio Sarri in panchina
Dal grande calcio alle panchine che non fanno più rumore (Ansa Foto) – Camelio

C’è poi un altro elemento che merita di essere ricordato.

Quando Sarri lasciò il grande giro delle panchine europee, il mercato intorno a lui non sembrava più quello di qualche anno prima. Due anni fa, secondo quanto si raccontava sul mercato degli allenatori, le opportunità concrete per lui erano diventate decisamente più limitate, fino all’ipotesi di un approdo al PAOK Salonicco o comunque a un club del calcio greco.

Non è un dettaglio irrilevante. Un allenatore che aveva conquistato una Premier League con il Chelsea e costruito una reputazione internazionale si era ritrovato a valutare scenari decisamente lontani dal vertice dei principali campionati europei.

Non significa che il calcio greco sia un calcio senza valore. Significa, più semplicemente, che la dimensione del mercato allenatori di Sarri sembrava essersi ridotta drasticamente rispetto al passato.

Il calcio non vive di reputazione

Ed è proprio questo il punto. Il nome Sarri pesa. Il suo curriculum pesa. Il suo calcio ha lasciato un’impronta precisa e riconoscibile. Ma il calcio non vive di reputazione. Vive di risultati, prestazioni, evoluzione e capacità di leggere il presente.

Se una squadra che con Sarri appare lenta e poco verticale cambia immediatamente atteggiamento con Gattuso, mentre Sarri stesso riparte in un’altra piazza senza riuscire a convincere né sul piano dei risultati né su quello del gioco, allora il sospetto diventa legittimo.

Forse il problema non è più la squadra. Forse il problema è l’allenatore.

Tre indizi non sono ancora una sentenza. Ma sono un avvertimento.

Attenzione: dire che Sarri sia definitivamente finito sarebbe prematuro. Quattro punti dopo poche giornate non possono cancellare una carriera intera e tre vittorie di Gattuso non possono trasformarsi automaticamente nella prova che tutto ciò che non funzionava prima fosse colpa dell’allenatore.

Ma i tre indizi messi insieme raccontano qualcosa.

La Lazio di Sarri non convinceva. La Lazio di Gattuso è partita forte. Sarri, all’Atalanta, non sta ancora convincendo.

E allora la domanda è inevitabile: siamo davanti a una semplice fase negativa oppure al tramonto definitivo di un allenatore che per anni ha fatto del proprio calcio la sua forza e che oggi rischia di essere diventato prigioniero proprio di quel calcio?

La risposta, come sempre, la darà il campo.

Ma per Sarri il tempo delle attenuanti sembra essere finito. Perché il curriculum può spiegare da dove vieni. Non può spiegare dove stai andando.