Contestare una squadra che sta andando male è parte del calcio. Ma trasformare De Rossi nel principale responsabile della situazione del Genoa rischia di essere una scorciatoia. Perché prima dell’allenatore viene una domanda molto più semplice: che cosa è stato messo a disposizione dell’allenatore?
Il mercato ha cambiato il Genoa
Lo stesso allenatore ha ammesso che il Genoa ha perso giocatori importanti e che occorreva costruire nuovi leader. Non significa che ogni cessione sia stata sbagliata, né che la rosa attuale sia priva di qualità. Ma significa che non si può giudicare il lavoro dell’allenatore ignorando il contesto nel quale quel lavoro viene svolto.
Il problema del Genoa non nasce oggi a Parma. È il risultato di una rosa che deve ancora trovare gerarchie, automatismi e soprattutto gol. Il dato più pesante è quello della classifica: un solo punto dopo cinque giornate.
Definire questa rosa il Genoa più scarso della storia non è certo difficile da affermare. Ma è difficile negare che, per qualità e profondità, l’organico attuale abbia enormi problemi e che De Rossi si trovi a gestire una squadra molto diversa da quella che aveva contribuito a salvare nella stagione precedente.
Il Genoa non è il Barcellona
Ed è qui che arriviamo al punto più scomodo.
Il Genoa ha una storia enorme, una tifoseria straordinaria e uno degli stadi più caldi d’Italia. Ma la passione non può trasformarsi automaticamente nell’aspettativa di una squadra da vertice.
Negli ultimi quindici campionati il Genoa ha vissuto quasi sempre nella fascia medio-bassa del calcio italiano, alternando stagioni di Serie A, salvezze, una retrocessione e una successiva promozione. La dimensione storica del club e quella attuale della squadra sono due cose diverse.
Il Genoa non è il Barcellona. E non c’è nulla di offensivo nel dirlo. È una società gloriosa che negli ultimi anni ha dovuto spesso convivere con ricostruzioni, cessioni e lotte per la permanenza in Serie A.
La tifoseria può e deve pretendere impegno. Può contestare. Può chiedere spiegazioni alla società. Ma non può pretendere che il blasone produca automaticamente una rosa da Champions League.
Prendersela con De Rossi è troppo facile
Questo non significa assolvere De Rossi da tutto. L’allenatore è il primo responsabile delle scelte tecniche e dei risultati sul campo. Se sbaglia formazione, cambi o impostazione della partita, deve essere criticato.
Ma c’è una differenza enorme tra criticare un allenatore e insultare l’uomo che, avendo alternative, ha scelto di rimanere proprio qui.
De Rossi, dopo la sconfitta di Parma, non si è nascosto e ha assunto le proprie responsabilità. È esattamente quello che ci si aspetta da un allenatore. Ma assumersi le responsabilità non significa diventare il parafulmine di tutto ciò che non funziona.
Il suo errore è stato rimanere perché si era affezionato e mal ripagato.
La rabbia dei tifosi è comprensibile. Il bersaglio no
La contestazione di Parma è comprensibile nel suo principio. Quattro sconfitte in cinque giornate e un solo punto in classifica sono numeri che autorizzano la rabbia di chi segue il Genoa, soprattutto di chi affronta trasferte e sacrifici per la propria squadra. Ma la rabbia dovrebbe essere lucida.
Se De Rossi sbaglia, va detto. Se la squadra gioca male, va detto. Se il mercato non ha prodotto una rosa competitiva, va discusso. Se la società ha fatto scelte discutibili, vanno analizzate. Quello che non serve è trasformare l’allenatore nell’unico responsabile di una situazione che viene da molto più lontano.
Prima di insultare De Rossi, guardiamo il Genoa
La sconfitta di Parma è grave. Il Genoa ha un punto e deve immediatamente cambiare marcia. Questo è il dato dal quale nessuno può scappare. Ma proprio per questo servirebbe lucidità.
De Rossi aveva alternative. Ha scelto Genova. Ha scelto di rimanere anche sapendo che il gruppo sarebbe stato profondamente modificato, con una squadra profondamente ridimensionata rispetto a quella precedente. E, secondo quanto risulta alla nostra redazione, se fosse stato libero avrebbe potuto essere una concreta opzione per la Fiorentina di Paratici. Oggi, invece, viene insultato dalla stessa piazza per la quale aveva scelto di restare. È un paradosso che dovrebbe far riflettere più dei novanta minuti di Parma.
Il Genoa deve migliorare, De Rossi deve migliorare e la società deve interrogarsi sulle proprie scelte. Ma se la risposta a un momento difficile è cercare immediatamente un solo colpevole, allora il rischio è quello di non capire mai il problema.
La tifoseria genoana merita una squadra all’altezza della propria passione. Ma una squadra all’altezza della propria tifoseria non si costruisce insultando chi ha scelto di restare.